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50 SFUMATURE DI … CIOCCOLATO.

Vi siete mai chiesti perché sia usanza regalare del cioccolato nel giorno di San Valentino?

L’associazione di questo alimento alla famosa festa degli innamorati ha origini piuttosto antiche.

L’inizio della sua commercializzazione risale infatti alle popolazioni Maya e Azteche del centro e sud America, che furono le prime ad introdurre la coltivazione del “cacao”. Dalle fave di questa pianta infatti, gli antichi ricavavano bevande scure e dense, dal tipico sapore amaro, spesso aromatizzate con l’aggiunta di vaniglia, peperoncino o pepe.

Fu solo dopo la scoperta dell’America, che ebbe inizio la sua esportazione in tutta Europa, dove iniziò ad essere trasformato e utilizzato per la produzione dei tipici prodotti dolci che tutt’oggi conosciamo.

Soprannominato “l’oro nero”, il cacao fu fino alla metà del ‘700 un vero e proprio alimento di nicchia, destinato alle classi più agiate, lavorato dai “maestri cioccolatieri” a Parigi e assaporato nelle “botteghe del caffè” nella Venezia della Serenissima.

Il suo valore economico era talmente alto, da essere utilizzato come vera e propria merce di scambio. Donare delle fave di cacao significava pertanto portare in dono un valore incommensurabile, paragonabile a quello di un gioiello.

Anche se secoli dopo il suo consumo è diventato diffuso anche tra le persone meno abbienti, l’atto di donare del cioccolato alla persona amata è legato proprio al contesto nobile in cui è nato, non solo come simbolo di dolcezza, amore e passione quindi, ma vero e proprio dono “prezioso”.

C’è cioccolato e cioccolato. Come scegliere?

Il cioccolato è per definizione una preparazione a base di cacao magro in polvere, burro di cacao e zucchero (almeno l’1%).

In base alle percentuali dei vari componenti è possibile distinguere le varie tipologie:

  • Cioccolato: deve contenere almeno il 35% di cacao e almeno  il 18% di burro di cacaoe non meno del 14% di cacao secco sgrassato;
  • Cioccolato al latte:  Deve contenere almeno il 25% di cacao, il 14% di sostanza secca totale di origine lattica e il 25% di materie grasse totali.
  • Cioccolato alle nocciole gianduia: deve essere composto da una parte di cacao (almeno il 32%) e una parte di nocciole finemente macinate (da 20 a 40 grammi di nocciole per 100 grammi di prodotto).
  • Cioccolato bianco: deve contenere non meno del 20% di burro di cacao e non meno del 14% di sostanza secca totale di origine lattica.

La percentuale di “cacao” rappresenta un parametro fondamentale per decretarne l’effettiva valenza nutrizionale, poiché da esso dipende la quantità di antiossidanti presenti: circa 50-60 mg nel cioccolato fondente,10 mg nel cioccolato al latte, nessuno nel cioccolato bianco.

Come riconoscere un cioccolato fondente? 

La maggior parte delle proprietà benefiche del cioccolato deriva dal suo contenuto di antiossidanti, meglio noti come “Flavonoidi”.

Si tratta di composti in grado di proteggere la salute cardiovascolare e cerebrale. I “Flavonoli” (sotto-categoria dei Flavonoidi) in particolare, hanno azione ipotensiva e antitrombotica, ma sono presenti solo in cioccolati con percentuali di cacao di almeno il 70%.

E’ per questo motivo che è preferibile il consumo di “cioccolato fondente”, il quale viene classificato come tale solo se rispetta determinate caratteristiche:

  • cioccolato  fondente: deve contenere una percentuale minima di cacao del 43% mentre il burro di cacao deve essere almeno 28%.  La sostanza secca (pasta di cacao e cacao) può variare dalla percentuale del 55% al 70%.
  • extra-fondente: la percentuale minima di cacao è del 75%.
  • extra amaro: cioccolato che presenta una percentuale di pasta di cacao dall’85% al 90%

Se il prodotto riporta anche la dicitura “puro”, ciò significa che non deve contenere ulteriori grassi vegetali o comunque contenerne meno del 5% del peso del prodotto.

Attenzione al “falso fondente” !

Controllare la lista degli ingredienti è sempre una buona regola da seguire, poiché molto spesso la dicitura riportata nella confezione può trarre in inganno.

Ricordiamoci che gli ingredienti, di norma riportati sul retro del prodotto, sono sempre elencati in ordine decrescente di quantità.

Un cioccolato di buona qualità dovrebbe contenere solo pasta di cacao, burro di cacao e zucchero in piccola quantità.

E’ evidente quindi che se il primo ingrediente riportato è “zucchero” e non “pasta di cacao”, siamo di fronte ad un “falso fondente”.

Tale dicitura però è purtroppo legalmente concessa, purché, come indicato sopra, la percentuale di “cacao” sia almeno del 43 %.

Acquistare prodotti con percentuali troppo basse, significa quindi consumare principalmente “zucchero”, e non poter godere degli effetti benefici notoriamente dichiarati.

Cioccolato alleato dell’umore, del peso e del recupero sportivo.

Tra le diverse proprietà attribuibili al cioccolato troviamo benefici legati al tono dell’umore, alla regolazione del peso e del profilo lipidico, nonché al recupero sportivo.

Questi effetti sono possibili per:

  • il suo contenuto di precursori della serotonina” (l’ormone del benessere), che sembrerebbero agire sui recettori responsabili del tono dell’umore.

Proprio per questo motivo il cioccolato è considerato un “antidepressivo naturale” (qui l’articolo);

  • il suo contenuto di “epicatechina”, una molecola antiossidante, appartenente alla categoria dei “Flavonoidi” che influisce nel processo di lipolisi, migliorando il profilo del colesterolo e  agevolando la perdita di peso.

Il considerevole apporto di fibre del cioccolato inoltre, contribuisce al raggiungimento del senso di sazietà, con ripercussioni positive sull’intestino.

  • effetto a dosaggio farmaceutico della stessa “epicatechina” , la quale sembra essere in grado di stimolare l’aumento del numero di mitocondri delle cellule cardiache e muscolari (anche in tessuti danneggiati), mimando lo stesso effetto ormonale ottenuto dopo l’attività fisica.

Tale caratteristica, trova applicazione soprattutto in ambito sportivo, in cui l’integrazione con cioccolato fondente, può risultare utile al recupero post-allenamento o competizione, favorendo l’ossigenazione dei tessuti muscolari, contrastando l’eventuale stato di infiammazione e riducendo il senso di fatica.

Il contenuto di minerali quali: magnesio, fosforo, potassio e ferro, attribuisce al cioccolato il ruolo di “integratore nel recupero”.

Attenzione a non esagerare:

  • si tratta in ogni caso di un prodotto particolarmente calorico. E’ bene quindi consumarlo con moderazione, non più di 10-20gr al giorno e con percentuali di cacao di almeno il 70%;
  • contiene “teobromina” (effetto cardiotonico e vasodilatatorio) e “caffeina” (effetto eccitante), sostanze che risultano controindicate in caso di emicranie e insonnia, nonché in soggetti con iper-sensibilità cutanea e reazioni allergiche, in caso di gastrite e reflusso-gastroesofageo. Va inoltre limitato il consumo in donne in gravidanza e allattamento e nei bambini.
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CHI BEN RI-COMINCIA !

Con il 6 Gennaio si è chiuso ufficialmente il periodo delle festività natalizie.

Per chi come me si occupa di alimentazione, si tratta in realtà del periodo in cui molte persone si affidano ai famosi “regimi dietetici di moda” o peggio “fai da te”.

Di solito si leggono in qualche rivista, possono essere suggeriti dall’amica che li ha provati, li sentiamo dalla parrucchiera o dall’estetista, ecc.. e sono costruiti ad hoc con il solo scopo di spingerci a perdere quei chili acquisiti durante le feste e ritrovare la forma fisica velocemente.

Uno dei problemi di queste “diete” è la non sostenibilità a lungo termine.

Chi le segue infatti potrà perdere qualche chilo (solitamente recuperato a breve con gli interessi), e con esso anche il gusto e la felicità di mettersi a tavola.

Lo slancio motivazionale di un nuovo anno appena iniziato, dovrebbe essere invece un buon pretesto per intraprendere un “percorso nutrizionale personalizzato”, che ci conduca ad un “obiettivo realistico” attraverso abitudini alimentari sostenibili nel tempo.

Quali possono essere allora i consigli utili a gestire al meglio il rientro dalle festività?

1 – Se sappiamo di aver esagerato, mangiando più del dovuto non solo nei giorni delle festività (Natale, Capodanno), possiamo compensare nell’immediato con pasti più “leggeri” nei giorni successivi.

Ciò non significa digiunare o saltare i pasti, ma “mangiare con consapevolezza”, ascoltando i segnali del nostro corpo, e quindi rivedere quantità e qualità di ciò che mangiamo, riportando l’attenzione alle effettive necessità fisiologiche (fame, sazietà);

2 – Se l’ obiettivo da raggiugere è il dimagrimento, cerchiamo di riprendere le sane abitudini che avevamo acquisito durante il percorso nutrizionale iniziato.

Può essere utile in tal senso programmare un menù settimanale equilibrato, così da evitare l’acquisto di cibo in esubero ed agevolare la programmazione della spesa e della routine quotidiana.

3 – Evitiamo di consumare alcolici e bibite zuccherate (tipiche delle occasioni goliardiche), poiché fonte di calorie “vuote” e non adatte alla corretta idratazione giornaliera.

Ricordiamoci invece di bere molta acqua, frazionandola nel corso della giornata (assumi almeno il 3% del tuo peso corporeo; in un soggetto di 70 Kg sono circa 2 Lt al giorno).

4 – Assicuriamoci di consumare quotidianamente una buona quantità di fibre (almeno 30g al giorno, pari a 2 porzioni di frutta fresca , almeno 3 di verdura e 1-2 di alimenti ricchi di fibra e/o integrali).

La fibra aiuta a regolarizzare l’intestino, poiché è il cibo di cui si nutre la nostra flora batterica intestinale, messa a dura prova durante le feste.

5 – Riprendi o mantieni del sano esercizio fisico. Programma del tempo da dedicare all’attività fisica giornalmente e assicurati di tenere uno stile di vita attivo.

Ricordati di non “esagerare”, seguendo le indicazioni di personale qualificato in materia e imparando ad ascoltare i segnali del tuo corpo.

“Non si ingrassa tra Natale e Capodanno, ma tra Capodanno e Natale!”

Dopo aver consumato dei pasti abbondanti, l’aumento di peso può essere dato da molteplici fattori, tra tutti una discreta variazione di liquidi, come ad esempio la presenza di ritenzione idrica conseguente ad un consumo eccessivo di:

– cibi salati (non solo il comune “sale da cucina”, ma anche il “glutammato” del dado contengono sodio, il quale attiva meccanismi che richiamano acqua al di fuori della cellula);

– di carboidrati (i quali vengono immagazzinati come glicogeno muscolare ed epatico. Ad ogni grammo di glicogeno sono infatti legati fino a 3-4gr di acqua).

Ritornando ad una sana alimentazione, anche il peso ritornerà ai valori abituali.

In conclusione quindi, ricordiamoci che non servono diete “last-minute” pre o post feste per ritrovare il piacere di stare a tavola, ma un po’ di consapevolezza in più per poterne  godere con maggiore serenità senza i temuti “sensi di colpa”.

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ANCHE IL MARE HA LA SUA STAGIONALITA’

Quando si parla di stagionalità alimentare, tendiamo a prendere in considerazione solo quanto ci viene offerto dalla terra, come frutta e verdura, dimenticando che anche il mare ci fornisce prodotti diversi di mese in mese.
Conoscere la stagionalità dei prodotti ittici non è di secondaria importanza, soprattutto se pensiamo che in una sana alimentazione, si consiglia il consumo settimanale di almeno 2-3 porzioni di pesce.

Quali sono i vantaggi di un acquisto di stagione?

Tra i vantaggi derivanti da un acquisto consapevole, vi sono sicuramente:

  • l’aspetto ambientale: scegliere seguendo la stagionalità e la provenienza locale, infatti, contribuisce ad una maggiore sostenibilità della pesca, minimizzando l’impatto sull’ecosistema marino;
  • l’aspetto economico: l’acquisto di prodotti stagionali permette la riduzione dei costi legati all’importazione, al trasporto e alla conservazione;
  • l’aspetto nutrizionale: il prodotto di stagione è sinonimo di genuinità, di freschezza e di sapore autentico.

Per sapere il pescato disponibile ogni mese, puoi cliccare qui.

Come scegliere?

Il Mar Mediterraneo è un mare ricchissimo di  pesce azzurro, categoria a cui appartengono ad esempio: alici, sardine, aguglie, tonno, sgombro, lampuga, ricciola.
Si tratta di varietà particolarmente ricche di omega 3 e acidi grassi, che hanno effetti benefici sul cuore e sul sistema circolatorio in generale.
Anche la frequenza di consumo ha la sua importanza. Se parliamo di “grandi predatori”, infatti, dobbiamo considerare che pesci come: tonno, spada, verdesca e palombi, per le loro grandi dimensioni, tendono ad accumulare molto più mercurio nei tessuti di quanto facciano le loro prede.
E’ preferibile pertanto il consumo di pesci a ciclo vitale breve e di piccola taglia, poiché meno inquinati da possibili metalli.
Quando acquistiamo controlliamo la provenienza del pesce, evitiamo quello proveniente da mari sud-orientali e zone FAO particolarmente famose per il loro grado di inquinamento (per conoscerle clicca qui).

Pescato o Allevato?

Per rispondere a questa domanda è bene tenere in considerazione quanto precedentemente detto, e pertanto, se da una parte il pesce “allevato” risulta più sicuro in termini di inquinamento, è anche vero che quello “pescato” ha un’alimentazione naturale.
Il suggerimento è quello quindi di prediligere il pescato di piccole dimensioni, e l’allevato se si tratta di pesci predatori.
Tale scelta consente non solo di ridurre l’eventuale consumo di carni potenzialmente contaminate da mercurio, ma anche di contribuire al mantenimento dell’ecosistema marino, spesso danneggiato dalla caccia sconsiderata proprio verso i “grandi pesci”.

Qualche suggerimento nell’acquisto

La carne del pesce è molto delicata e si deteriora velocemente. Per questo motivo è importante mantenere la catena del freddo, dalla pesca fino al suo consumo, che dovrebbe avvenire entro le 24h.
Il tipico “odore di ammoniaca”, infatti, si sviluppa a seguito della degradazione della componente proteica ed è quindi indice di un pesce non fresco.

Come riconoscere la freschezza del pesce?

  • L’occhio deve essere turgido e lucido, così come la pelle;
  • l’odore deve essere di mare e alghe. Odore di ammoniaca è segnale di deterioramento della carne, mentre odore di cloro è indice di truffa;
  • se eseguite una digito pressione, la superficie deve essere elastica e non molle;
  • se tenuto in orizzontale il pesce non dovrebbe afflosciare, altrimenti si tratta di pesce non fresco o scongelato;
  • se scegliete il salmone affumicato fidatevi del produttore che riporta il tipo di affumicatura eseguita. A tal proposito, il salmone è un pesce che vive a temperature basse, trattandosi generalmente di un prodotto di allevamento è preferibile pertanto scegliere quello allevato nei mari freddi.

Per alcune idee su come utilizzarlo, consulta la sezione “Ricette” del blog !

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CASTAGNA, UNA “MINIERA DI TESORI”

La castagna è uno dei frutti più caratteristici del periodo autunnale.
Un tempo era famosa come il “Pane dei Poveri”, poiché dalla sua polpa è possibile ottenere una farina.

Oggi, invece, le castagne vengono utilizzate come tali in diverse ricette, dall’antipasto al dolce.


Come sceglierle ?

E’ sempre bene preferire prodotti di produzione nazionale e se possibile a Km 0. In questo modo, oltre a sostenere il mercato italiano, contribuiamo a ridurre l’inquinamento derivante da imballaggio, conservazione e trasporto, portando nelle nostre tavole un prodotto quanto più genuino possibile.
Il Made in Italy di questo frutto, trova patria in 5 principali regioni produttrici: Piemonte (Cuneo) , Veneto (Combai) , Toscana (Marradi), Lazio (Vallerano) e Campania (Montella, zona dell’avellinese e Roccaspide, zona del Cilento).


Dal punto di vista nutrizionale, la castagna è un frutto ricco di sali minerali importanti.

In 100gr, infatti, sono contenuti: il 9% del Ferro, il 10% di Potassio e il 14% di Magnesio necessari a coprire il fabbisogno giornaliero.
Sono, inoltre, ricche di vitamine come la B2 e la PP, di fibre e acido folico (utile durante la gravidanza).
Per questa sua miniera di nutrienti, la castagna è utilizzata nei periodi di maggiore stanchezza e stress e, se associata ai giusti alimenti, rappresenta un valido aiuto nei disturbi neurologici e del sonno.
Può essere utilizzata anche per problemi intestinali, come nel caso di un alvo accelerato; al contrario, meglio evitare se è presente stitichezza, poiché è un frutto moderatamente astringente.


Dall’infusione delle foglie o dalla polpa, possono inoltre essere ricavate delle creme o dei detergenti naturali per il benessere della pelle.

Ogni tesoro ha il suo prezzo !

Nonostante le innumerevoli virtù, si tratta comunque di un frutto ricco in carboidrati (circa il 42%) e particolarmente calorico; 100gr contengono infatti 250 Kcal.
E’ bene, quindi, consumarle con moderazione e prestare attenzione ai casi in cui è meglio limitarle (ad es. diabete, sovrappeso, ..).
I carboidrati contenuti nelle castagne sono complessi, circa il 30% è rappresentato da amidi, e non da zuccheri semplici, come invece troviamo negli altri frutti.

L’assorbimento a livello intestinale, inoltre, è migliore se le cuociamo al forno o bollite, piuttosto che come classiche “caldarroste”.

In questo caso, infatti, la cottura insufficiente le rende meno digeribili.


Anche se ricche in carboidrati, non rappresentano però la sostituzione completa di un primo piatto, ma possono essere una gustosa alternativa alla fetta di pane o alle gallette (o altri prodotti da forno), per una sana merenda !


Nel periodo autunnale possono essere consumate anche un paio di volte a settimana e, se volete, le potete conservare per i mesi successivi.
Per semplicità e praticità, io procedo così:

  • dopo la cottura in forno, le sbuccio ancora calde e le metto in un sacchetto per alimenti, da poter conservare in freezer per un massimo di 4-5 mesi.
    Quando vorrete gustarle, sarà sufficiente versarle in una teglia e infornare 10 minuti a 150°C, saranno come appena cotte.
  • da crude, dopo averle lavate, asciugate e incise per la larghezza, le metto in un sacchetto per alimenti, da poter conservare in freezer per un massimo di 6 mesi.
    Sarà poi sufficiente scongelarle e disporle in una teglia per poterle cuocere come di consueto.

Per alcune idee su come utilizzarla consulta la sezione “Ricette” del blog !

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ESISTE LA DIETA “PERFETTA”?

Spesso, nella pratica di tutti i giorni, mi ritrovo di fronte a pazienti che mi contattano avendo già ben precisa la tipologia di dieta che vorrebbero seguire.
Solitamente esordiscono alla prima telefonata o alla prima visita con : “Lei dottoressa la fa la chetogenica?”, “La paleo la conosce?”, o ancora, “La mia amica ha fatto la dieta XXX e ha perso molti Kg, ho bisogno di farla anch’io!”, solo per citare alcuni esempi.
Quando questo accade, ricordo al paziente che quando ci si rivolge ad un professionista della nutrizione si chiede una consulenza, non una dieta specifica.


Come ci hanno insegnato, infatti, nel nostro percorso di studi, non seguiamo una moda, ma la scienza. Sappiamo bene che, a dispetto delle richieste avanzate dal paziente, il primo passo per un percorso adeguato prende in considerazione diversi aspetti, i quali ci permettono di conoscere la persona e capire quale percorso possa essere più adatto ad essa.


Sappiamo inoltre che, le famose diete “fai da te” o di “moda” sono, purtroppo, proposte finalizzate ad ottenere un numero sulla bilancia e non mettono al primo posto la salute, creando così l’illusione che perdere peso possa essere facile e alla portata di tutti.


Proprio a luglio di quest’anno è uscito un articolo molto interessante, in cui “Altroconsumo” riportava un’attenta analisi di come spesso ci si affidi proprio a regimi alimentari restrittivi o costosi, piuttosto che affidarsi ad un professionista (puoi trovare l’articolo qui).

Non esiste quindi la “dieta perfetta”, ma il percorso nutrizionale adatto alla persona e sostenibile nel tempo.
Non esiste nemmeno il “peso perfetto”, ma uno stato nutrizionale che ci consenta di vivere in salute e ritrovare armonia e piacere nel mangiare.

Quanto pensate quindi sia “realistico” perdere, in termini di peso, ogni mese?

Per perdere quei famosi 5 Kg non bastano 10 giorni come pubblicizzato, ma mesi.
E’ vero che i primi kg si perdono in fretta, solitamente si tratta infatti di quelli acquisiti recentemente, ma è importante sottolineare che, se il piano alimentare che stiamo seguendo non è adatto alle nostre esigenze, rischiamo di “perdere” muscolo e non grasso, come invece è opportuno accada.


Vi sono poi diversi fattori che possono influenzare il calo ponderale. Ne cito solo alcuni, senza entrare nello specifico di altre condizioni:


1) aver fatto diete in passato (il famoso effetto yo-yo rende più difficoltoso il dimagrimento successivo);


2) da quanto tempo è stato acquisito il peso (più è recente più viene perso facilmente);


3) il peso iniziale (escludendo altre patologie, è più facile perdere 5 kg partendo da 100 che non da 70).

Una perdita di peso che consenta un sano dimagrimento e che preservi adeguatamente la massa muscolare (perché perdere peso non è solo perdere GRASSO), è < 1Kg al mese.


Quindi, prima di dare la colpa al nostro metabolismo o dire che la dieta ‘non funziona’, è opportuno valutare attentamente l’idea, probabilmente irrealistica, che avete della vostra perdita di peso.

Prima di intraprendere una qualsiasi dieta è opportuno quindi chiedersi se:

  • dovete effettivamente perdere peso (avete già calcolato il vostro IMC o BMI?) o semplicemente siete normopeso e non vi piacete allo specchio? In tal caso, il percorso più adatto dovrebbe essere finalizzato alla ricomposizione corporea, piuttosto che alla perdita di peso.
  • state aderendo alla dieta, oppure i piccoli extra sono frequenti?
  • state svolgendo della regolare attività fisica?
  • dormite a sufficienza?

e capire se una dieta dimagrante è veramente necessaria.

Come spesso ricordo ai miei pazienti, la salute è importante, ed è bene venga affidata a persone competenti che sappiano prendersene cura!

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ZUCCA REGINA D’AUTUNNO

Tra le verdure di questa stagione, la regina indiscussa è da sempre la zucca.

Si tratta di un alimento appartenente alla famiglia delle Curcubitacee, le cui origini sono ancora oggi incerte.

L’arrivo in Europa di questo alimento avvenne solo dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, che ne portò in Italia diverse varietà. Tra le più conosciute troviamo la Cucurbita maxima e la Cucurbita moschata.

E’ spesso utilizzata anche a scopo ornamentale (non commestibile), ma si tratta in realtà di un prodotto molto versatile in cucina, grazie alla notevole biodiversità che la contraddistingue.

Può essere adatta alla preparazione di primi piatti, ma anche di contorni e dessert, utilizzandone la polpa, i semi (che vanno tostati) o i germogli.

Dal punto di vista nutrizionale, nonostante presenti un interno “polposo”, che ricorda quello amidaceo della patata, si tratta di una verdura a tutti gli effetti: contiene infatti circa il 95% d’acqua e il 71% di carboidrati.

Questo suo contenuto in carboidrati non deve però confondere !

L’apporto calorico su 100g di prodotto è di sole 20 Kcal, di cui il 71% è rappresentato da 3,5g di carboidrati.

Contiene inoltre un buon apporto di sali minerali (calcio, potassio, sodio, magnesio, fosforo) e vitamina E, antiossidanti importanti come i “caroteni” (utili alla produzione di vitamina A), una buona quota di aminoacidi e una discreta quantità di fibre (200g di zucca soddisfano il 4% del fabbisogno giornaliero).

Nei semi è contenuta la “curcubitina”, una sostanza utile a contrastare patologie dell’apparato urinario sia maschile (prostata) che femminile (cistite).

Alla zucca vengono, infatti, riconosciute proprietà diuretiche e calmanti (utile per chi soffre d’insonnia), nonché valida alleata nel benessere della pelle.

La zucca alza la glicemia?

Per rispondere correttamente a questa domanda è importante fare alcune premesse.

La glicemia è il valore determinato dal quantitativo di zucchero (glucosio) nel sangue, ed è responsabile oltre al diabete di numerose patologie correlate.

Per determinare la risposta glicemica ad un alimento, devono essere presi però in considerazione altri due parametri:

  • l’indice glicemico, ovvero i valori di glicemia riscontrati a seguito dell’assunzione dell’alimento, senza tenere in considerazione della quantità consumata (che in questo caso resta pari a 75 sia che si consumino 100g o 200g di zucca)
  • e il carico glicemico, ovvero il valore che risulta dalla moltiplicazione dell’indice glicemico per la quantità di carboidrati assunti, diviso per la quantità di alimento consumato.

Nel caso della zucca, l’ indice glicemico è pari a 75 su una scala massima di 110, quindi molto alto, ma il carico glicemico è basso (per valori fino a 10), poiché:

75 (indice glicemico) x 3,5 (che sono i grammi di carboidrati presenti in 100 g di zucca) diviso 100 g = 2.65.

Essendo un ortaggio dal gusto dolce, è comune credere che non sia adatta al consumo in caso di diabete e sovrappeso.

Nulla di più errato, come dimostrato da uno studio del 2007 svolto da un gruppo di ricercatori dell’Università del Massachusetts e pubblicato sul Journal of Medicinal Food, la zucca possiede proprietà antidiabetiche.

In un studio più recente, del 2018, la polpa di zucca è stata addirittura utilizzata, oltre all’insulina, su pazienti diabetici ricoverati in terapia intensiva con ottimi risultati (puoi approfondire i risultati ottenuti qui).

Contrariamente a ciò che si pensa, la zucca può essere pertanto consumata alla pari di altri ortaggi. La porzione consigliata per un adulto è di 200-300g, come per le altre verdure.

Per alcune idee su come utilizzarla consulta la sezione “Ricette” del blog !

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COS’E’ FEELINGOOD?

“FeelinGood” è un blog nato per offrire servizi e informazioni utili per vivere in modo sereno il rapporto con il cibo ed il proprio corpo.

Nel corso degli anni, far “star bene” le persone è diventata l’anima del mio lavoro. Dietro ad ogni paziente, ci sono prima di tutto storie, vissuti ed emozioni differenti, che affondano le loro radici proprio nella sfera alimentare.

Il cibo rappresenta, infatti, fin dalla primissima infanzia, un mezzo di comunicazione e di relazione con gli altri, attraverso il quale definiamo nel tempo i nostri confini e il nostro rapporto con ciò che ci circonda.

Il legame profondo che lega cibo, mente e corpo fino all’età adulta è il risultato delle nostre esperienze pregresse, positive o negative.

In una società moderna, in cui ritmi sempre più frenetici e stressanti occupano la maggior parte delle nostre giornate, l’alimentazione inizia a coprire un tassello dal duplice significato. Se da una parte diventa la causa del mancato raggiungimento degli stereotipi estetici imposti, dall’altro viene vissuto come mera necessità fisiologica, piuttosto che vero e proprio nutrimento.

E’ per questo motivo che, il “sentirsi bene”, sta’ diventando una necessità da raggiungere sempre più insistentemente.

“FeelinGood” è un modo diverso di vivere il cibo. Nei percorsi alimentari che propongo, l’obiettivo va oltre il numero indicato sulla bilancia, attraverso il raggiungimento di nuove consapevolezze e abitudini alimentari che mettono al centro la persona !